Giuseppe Abbati

Frammenti di materia in 26 Combinazioni




FORMATO 30X42 cm.
PAGINE 12
ILLUSTRAZIONI 22 B/N e 13 a colori
Edione Speciale (euro 15,00 a sostegno dell'iniziativa Dentro Inverart)


PROFILO DEL LIBRO:
CATALOGO d'ARTE


Le Combinazioni di Giuseppe Abbati

di Francesco Oppi

Nella ricerca di Giuseppe Abbati è dominante la curiosità verso gli stili e le correnti del ‘900.
Della prima parte del secolo corto intravvediamo soprattutto un’anima dadaista espressa nel solco di Grosz e Johannes Baader o, di più, di Hannah Hoch (a parte gli evidenti omaggi a Duchamp). Vediamo emergere così l’attrito dell’artista sulla realtà del nostro ultimo ventennio nella scomposizione, nel taglio, che diventano il già ampiamente evocato all’inizio del ‘900 (dopo guerre e crisi sociali che ci appaiono chiaramente corsi e ricorsi), “atto eretico” e fondamentalmente liberatorio, attraverso il riassemblaggio di matrice concettuale dadaista.
A livello formale troviamo in queste “combinazioni” tutto il lavoro di studio e ricerca che l’artista ha rivolto, particolarmente, ad alcuni dei grandi artisti attivi nella ricomposizione estetica a mezzo del collage; si vedano ad esempio, oltre ai già citati, gli statunitensi Rauschenberg ed Eugene Martin, per i rapporti tra materia e colore; il britannico Richard Hamilton, non per l’appioppato “pop”, ma per l’organizzazione spaziale e le inquadrature (“Interior” e “Interior II” del 1964-5 ne sono valida testimonianza); l’europeissimo Jiri Kolar, per la scientificità dell’approccio alla realizzazione dell’opera, per alcuni aspetti tecnici (tra cui sagomature e riempimenti) e per la meditata enfasi dedicata ai “vuoti” e ai “pieni”; il Bruno Munari di alcuni collages (tipo “Ci ponemmo dunque in cerca di una femmina d’areoplano” del 1930) e per l’onirica ibridazione tra oggetti, e tra oggetti e figure.
Il lavoro di Abbati scaturisce anche da una inevitabile e quasi genetica (è nato nel 1973) introiezione della “tempesta grafica” che va, in varie forme e su vari supporti e media, prima dal 1966 al 1975 e poi fino al 1987.
Alle radici di questa serie di lavori rinveniamo anche un senso di monumentalità ricollocato, a volte in contraddizione con il concetto dada. Abbati, infatti, crea soggetti totemici che “involontariamente” si piazzano, spesso addirittura iconicamente, al centro della scena.
Come e più di altri artisti, Abbati è un avido divoratore ed elaboratore di immagini; di stimoli accarezzati dove altri non trovano. Utilizza, poi, una brillante fantasia, supportata dalla serietà nella ricerca formale, per progettare e costruire, a partire da queste “visioni”, nuove realtà possibili. Queste sue opere ci segnalano vie d’uscita inaspettate e fantastiche.
Le “combinazioni” ci danno impressioni di nuovi spazi, di tenerezze inconcepibili (ad esempio, tra una zampa di cavallo ed una serie di lavandini come nella composizione “Y” o tra un ramo spoglio forse di Lagestroemia e una ruota di bicicletta come nella “N”); ironie profonde.
Prospettive, in entrata e in uscita, sempre in connessione e sempre libere. In tutte le porte, nelle finestre, negli stessi muri, negli specchi e nelle ante d’armadio (come quinte di scena) vi sono segnali, aperture, dialoghi evocati tra forma e cromia.
Entrare in quegli spazi. Questo è il desiderio a cui ci accompagna l’artista con questa serie di ventisei “ambienti”; o almeno a poterli vedere in 3D; stargli innanzi e respirare aria nuova.
L’indice alfabetico che accompagna le opere, è un codice compositivo che, anche se non del tutto decifrato o decifrabile, ha un suono armonico e una propria poesia.


Scrittura e visione
di Federico Scarioni

2009.Inveruno (MI). Sono a “Inverart”, padiglione d’arte giovane. Musica, giovani che brindano alla vita, profumi, famiglie, cucina, arte. Un clima che sogni di trovare ogni volta che vai a una festa. Questa manifestazione fa risplendere da anni, con la luce della cultura, un buio weekend di novembre. Lunga vita a Inverart! Il nostro territorio e i cittadini che lo abitano hanno bisogno di queste occasioni. Misurarsi con l’arte, la cultura, l’aggregazione. Un territorio senza sapere, senza conoscenza, senza arte, senza memoria, è un territorio arido che non può crescere. Questi eventi, sono delle opportunità, che sta a noi cogliere sia come cittadini sia sia come comunità.
È a Inverart che conosco Giuseppe Abbati. È a Inverart che vedo per la prima volta “Connessione”.
Ne sono affascinato, rapito. Il quadro ha qualcosa di mio.
Ci sono tre donne, collocate in una dimensione spazio-tempo assente. La donna sulla destra è una vecchia signora che ghigna misteriosamente, custode di un segreto. Quella sulla sinistra, una donna di mezza età, sorride compiaciuta della sua esistenza. Quella al centro è una ragazza e il suo sguardo è profondo come l’infinito. Sono impietrito. L’opera ha resuscitato emozioni sopite. L’assenza, l’unione, il dolore, la memoria, il sogno.
“Giuseppe, hai fatto un capolavoro.”
“Fede, che cosa ti colpisce?”
“Non lo so, ma quest’opera sarà la copertina del mio romanzo” dico d’impeto.
La pittura può essere magica, disvelatrice. Come la scrittura. In fondo la forza dell’arte è quella di farci viaggiare verso luoghi inesplorati, attraversare tempi infiniti, scoprire emozioni sconosciute per poi ricondurci in noi stessi, nelle sfaccettature più delicate della nostra esistenza. Scoprendo che tutto quello che vediamo fuori è frutto della nostra mente, del nostro cuore, delle persone care, di quelle perse, di quelle che ci sono e di quelle che verranno. Decido di chiamare Giuseppe.
Ci troviamo, parliamo, guardiamo il Naviglio scorrere dalla finestra del suo studio, lasciandoci trascinare dalla bellezza della natura e del tempo. Lui accetta di far parte del progetto.
Ogni capitolo del romanzo sarà aperto da una sua opera. Il dipinto deve anticipare, suggerire e determinare il contenuto della storia.
Lavorando con Giuseppe ho compreso la grandezza dell’uomo e la potenza della sua pittura. I quadri di Giuseppe hanno una forza nascosta. Nel mio caso hanno risvegliato delle emozioni che pensavo di aver perduto. Piccoli frammenti di colore su tela, scomposti e ricomposti, nel tentativo di ricomporre in un’unità perduta. Rappresentazione pittorica dell’assenza, del dolore, dell’urlo. Ma anche ricerca della pace.
Da scrittore posso affermare che la sua pittura mi ha offerto molto di più che una proficua collaborazione artistica. La sua pittura mi ha ispirato, aiutandomi a comprendere meglio alcuni punti, forse quelli più nascosti, della mia vita.